L'angolo dei pensieri leggeri e delle visioni innocenti (Il mio spazio vitale).

Quando un pensiero o il guardare una immagine riesce per un attimo a concederti una sensazione ed una innocente visione. C'è una cosa che di tanto in tanto mi capita, che mi piace molto, nulla di speciale, ma, ogni tanto nell'inseguire un pensiero, o nel guardare una immagine, per una frazione di secondo, mi si fissa nella testa il desiderio ed il bisogno di cercargli un senso, che lo renda vero, vissuto, quindi non perduto nel vuoto e nel silenzio del tempo, a me piace moltissimo dare parola alle sensazioni, anche se per mille motivi lo trovo difficilissimo, cercare di descrivere con un mezzo così lento come la parola (specialmente quella scritta) delle sensazioni così veloci, si parla di frazioni di secondi pregne di significati, di visioni, di colori, di odori, la sensazione di appartenenza, veloce e simultanea a due universi paralleli, l'unica colpa che onestamente mi attribuisco e la non vergogna nel volerle insistentemente fissare per iscritto.

Tutto ci condanna.

Viviamo in un mondo molto strano, con la presunzione di conoscerlo meglio di come è stato per chi lo ha vissuto e popolato in passato, nella realtà delle cose come più volte ho espresso nei vari post  nulla è veramente cambiato, l’uomo è sempre il medesimo, l’unico vero cambiamento lo ha fatto quando ha iniziato grazie ad una benevola mutazione a poter utilizzare il pollice in un modo diverso, in un modo che ci ha permesso un salto evolutivo, ma da quel momento non c’è più stato un vero passo in avanti, grazie all’uso di quel pollice siamo stati capaci di imparare ad utilizzare sempre di più nuove cose, permettendo così al nostro cervello di fare sforzi capaci di stare dietro (ma sempre un passo dietro) alle nuove invenzioni.

Sono partito da molto lontano, dalla genesi dell’essere umano per poi vedere come l’uomo nei millenni in realtà non sia più stato capace di fare nuovi passi reali in avanti, abbiamo assistito ad un eterno ciclico ripetere degli stessi eventi, mossi sempre dalle stesse problematiche, per altro risolte sempre nella medesima maniera, per poi ritornare a ripetere all’infinito questo ciclico modo di interpretare e di vivere la vita, secoli, millenni, riempiti con il ripetersi della medesima capacità e risoluzione di vita, è vero che bisogni contingenti hanno rallentato il vero bisogno di modificarci fino al punto di accettare unicamente il quotidiano come unica aspirazione della nostra soddisfazione di vita.

Negli ultimi duecento anni è stato fatto uno sforzo esponenziale nel cercare nuove frontiere capaci di cambiarci questo benedetto quotidiano, finendo inesorabilmente per ritornare a ripetere gli errori ripetuti milioni di volte, siamo stati solo capaci di cambiare le nostre capacità e visioni scientifiche, capacità e visioni che ci hanno costretto ad usare il nuovo per vivere nel modo vecchio, ossia per ripetere gli stessi errori di una volta ma con mezzi  e conoscenze tecnologiche e scientifiche molto più avanzate.

Oggi che non possiamo contare sugli alibi della non conoscenza, perché tutto è conoscenza, oggi più che mai scopriamo che siamo sempre gli stessi uomini di milioni di anni fa, viviamo per rubarci ogni cosa, viviamo per soddisfare i nostri bisogni immediati a discapito di tutto e di tutti, leggo su ogni forma di informazione che l’uomo si crede più buono, tutti dicono che c’è bontà nell’uomo, ma allora mi chiedo ma sono solo io che veramente sono pessimista, che vedo nero, che vedo il marcio, che vedo l’uomo per quello che è?, sono solo io che vedo tutti e ribadisco il tutti fregare il fregabile, fosse anche solo una briciola di pane, tutti in un modo o nell’altro se possono e se ne hanno l’occasione fregano il prossimo, basta leggere i giornali, guardare i TG, sentire cosa racconta la gente, è tutto un continuo fregare il prossimo, fino ad arrivare a fregare il governo e le sue istituzioni ma quello con il bene placit di tutti, come se fosse un diritto acquisito, un dovere per non essere additati come cittadini stupidi anzi coglioni, allora il libero professionista ruba dove può ed anche dove non può, il politico lo deve fare per mestiere, l’operaio dove e quando può frega il padrone grassatore delle masse operaie, la massaia se può frega il fruttivendolo che a sua volta frega la massaia successiva, ma non solo, frega anche sulle tasse, a sua volta il fruttivendolo viene fregato dal meccanico quando gli porta l’automobile ad aggiustare, il meccanico è fregato dall’elettricista che va a fargli la riparazione in officina, l’elettricista viene fregato dal panettiere che gli rifila qualche etto di pane in meno o che gli rifila il pane del giorno prima,  anche nelle disgrazie c’è chi coraggiosamente frega il meno attento che diventa la vittima di turno che a sua volta diventerà colui che per ripicca e dovere di vendetta fregherà il prossimo all’indomani,  anche nelle disgrazie c’è chi toglie il pane di bocca allo sprovveduto di turno, è un gioco al più furbo, un gioco a forma piramidale dove come al solito vince chi riesce ad essere in cima alla piramide, i maghi fregano gli sprovveduti, ma anche i maghi a loro volta sono fregati da altri meno sprovveduti di loro, persino nelle grandi catastrofi  non ci si sottrae da queste regole, allora ecco il furbo prevalere, il violento prevalere sul furbo, tutti a prevalere sui più deboli, ecco come ad Haiti gente che ruba ad altra gente come loro nelle medesime condizioni, ma non c’è pietà, ecco allora che in nome di un qualsiasi Dio e a nome di un senso di pietà tutta da verificare chi addirittura riempie un pulmino con 33 bambini e cerca di portarseli via, l’unica vera legge che come al solito prevale e vale è Mors tua vita mea.

Esistono per fortuna anime meno cattive, un po’ più buone, ma se va bene anche loro se possono fregano qualcosa o qualcuno fosse anche solo il non pagare il canone della Rai, ho assistito a liberi professionisti speculare sui libri dei figli a scuola facendoli passare come bisognosi stessa solfa per avere la riduzione per le mense, non per un effettivo bisogno ma per l’innato bisogno di fregare qualche cosa e/a qualcuno, gli esempi come questi potrebbero riempire migliaia e migliaia di pagine, anche nelle cose dove non esiste un vero e proprio motivo di lucro se possono  esercitano il diritto di esprimere la loro prepotenza, si trattasse anche solo di una fila all’ufficio postale, sai che grande intima soddisfazione  se si riesce a  fregare qualcuno riuscendo a passargli davanti , è tutto così, è tutto così il nostro vivere.

Esistono per fortuna anime meno cattive, un po’ più buone, esiste chi come me  si attribuisce una notevole percentuale di cose fatte nel modo come dovrebbero essere fatte con il totale rispetto per tutto e per tutti, pagando il giusto prezzo delle cose, peccato che vengo considerato probabilmente  uno scemo, peccato che vengo considerato carne da macello, perché purtroppo a questo mondo la gente continua a pensare che ho sei lupo o sei agnello e quindi riecco apparire quell’unico vero modo di vedere e vivere le cose, Mors tua vita mea, è tutto così, è tutto così il nostro vivere, eppure la stragrande maggioranza della gente si ritiene buona e onesta, poveri noi.  

Il mio senso della realtà mi porta a dire che sarà sempre così, come era ieri e come sicuramente sarà domani, io non riesco a condividere il pensiero di chi si ostina nonostante tutto a nutrire speranze verso un ipotetico  domani, io non sono capace di mentire così spudoratamente a me stesso, forse volendo potrei farlo verso chiunque altro ma mai verso me stesso e verso chi amo come me stesso, anche se comprendo che per poter sopportare l’oggi e soprattutto il domani è necessario addolcire la visione del nostro vivere, se l’uomo non è cambiato in decine di migliaia di anni, perché mai dovrebbe farlo nelle prossime decine di migliaia di anni? quante probabilità reali possono esistere?.

Ma allora non sono un pessimista, comprendo che nessuno di quelli che fregano anche solo una briciola e disposto ad ammettere a se stesso di essere disonesto nel fare quel gesto, di conseguenza è molto più facile dire che le mie sono parole esagerate, una visione irrealistica, troppo esagerata, fosse anche perché il rubare una briciola o passare davanti al prossimo nella fila alle poste in fondo non è cosa così grave e a questo punto la visione e la valutazione della scala dei valori diventa molto elastica ed ognuno se l’aggiusta a proprio uso e consumo.

Oggi che le briciole sono poche e le bocche e le mani disposte a portarcele via sono troppe ecco che le nostre paure ci sovrastano e ci portano ad esprimere bisogni e desideri che noi per primi non siamo in grado di sopportare e di porre in atto, ecco allora tutti abbandonarsi ai sogni, alla ricerca dell’utopia che tutti si augurano ma che nessuno è in grado ne è disposto comunque a mettere in atto, perché richiederebbe un grado di onestà intellettuale e non solo, che non ci appartiene più, anzi che forse non ci è mai appartenuto, il bisogno dell’immediato ce lo impedisce costringendoci a ben altri bisogni più appaganti all’apparenza più facili da esaudire e attuare.

Ci sarebbero molte altre pagine da riempire, ma la realtà quella non pessimista in chiusura non può che recitare come la famosa canzone,  ossia che viviamo in un mondo di ladri, un mondo di eroi..

Alanford50

 

Un saluto….qualunque.

Ora che il sole si arreso, ora che il sole ha ceduto, il suo spazio alla nebbia che

prepotente e fredda sale, quasi a toglierci il sorriso, ora che il sole ha rimandato ad

un ipotetico domani non certo, la sua prossima venuta, il suo prossimo sorriso, per

non lasciarci con un malinconico saluto, la notte fredda sua grande amica si è

affrettata a prendere possesso dello spazio lasciato vuoto, per non toglierci la

speranza del suo prossimo calore, mi affretto a porgervi il mio saluto prima che il

buio mi inghiotta e con esso il ricordo della luce e del suo colore.

Alanford50

Un ultimo ballo.

un ultimo ballo.

Un ballo antico su di una strada antica, solitaria, quasi dimenticata, regala la sensazione di un qualcosa che sa di ultimo e di finito, un ultimo passo per non dimenticare, un ultimo abbraccio e un ultimo sguardo per ricordare, una sensazione da condividere con il proprio cuore e la propria ombra sul selciato che fedele ti segue e  riesegue le esatte movenze per rivivere per un'ultima volta il passo appena eseguito, a creare una struggente condivisione, prima del distacco dell'ultimo saluto.

Alanford50

 

Anni settanta, il decennio lungo del secolo più breve.

 La fine di un decennio di sogni che ci parvero realizzabili, sogni in cui ci siamo volontariamente e con il massimo godimento perduti, una generazione intera, per risvegliarci nel vuoto e nel nulla, rei di avere tolto ogni possibilità di sogno e di alibi alle generazioni future.

Alanford50

Quando l’antico aveva un suo perché.

Quando l'antico aveva un suo perché.

Senza ombra di dubbio questo quasi arcaico strumento ha un suo perché, rappresenta il passato, un passato che è molto simile al presente, ma che sa e che ha saputo risolvere con estrema semplicità quello per cui è stato creato, inoltre risolve anche quello che il presente non sa e non può risolvere se non con degli artifici.

Mi riferisco al fatto che noi saremo anche civili e moderni, ma la nostra civiltà e modernità ci ha portati ad usare questo ingegnoso attrezzo in casa, con il contorno e supporto dei vari effetti collaterali e mi riferisco agli odori ed ai rumori, nella foto invece dimostra come in passato pur mantenendo la comodità e la privacy l’attrezzo permettesse di usarlo per le proprie necessità  fuori di casa in modo che le negatività si disperdessero nell'infinito rendendoli solo per un breve attimo unicamente propri, un perfetto esempio di democratica umana condivisione.

Alanford50

Realta' oggettiva.

La realtà oggettiva è che tutto è tremendamente più semplice di come noi siamo costretti a vederla per sopravvivergli, la normalità, la semplicità è tremenda ed è difficile da vivere perché richiede spazi e tempi molto più lunghi da vivere, le persone per sentirsi vive hanno bisogno di stordirsi per non pensare, per far finta che non sia così tremendamente inutile e semplice, per non arrendersi a quell'evidenza, non esistono le varie tonalità ma solo il bianco ed il nero, il giusto e lo sbagliato, il bene ed il male, l'esserci o il non esserci, l'uomo ha creato tutto un mondo di mezzo per riuscire a sopravvivere senza doversi piegare, per gli animali non è così, la stessa nostra realtà e vissuta per quello che è, bianco o nero, vivi o morti, non soggiogati dallo spazio e dal tempo e dalla responsabilità della coscienza del doverli vivere.

 

Alanford50

Le strade curve.

Le strade curve.

Generalmente le strade non sono mai diritte, anche dove apparentemente non sarebbe necessario, sembra che l'uomo abbia volutamente o per incapacità manifesta scelto di tracciare strade sempre storte, forse per complicarsi la vita, o forse ciò dimostra l'incapacità umana di fare le cose semplici e funzionali.

Anche se devo ammettere che guardando le foto di alcune strade americane, che sono dritte come una freccia piantata nell'orizzonte, provo sempre una specie di senso di ansia e di lieve sofferenza, sarà forse proprio perché da il senso dell'infinito.

L'eccesso di strade curve potrebbe anche rappresentare in fondo l'imperfezione umana, oppure l'incapacità di fare e capire le cose semplici, oppure la volontà di complicarle ad ogni costo, molto più semplicemente, specialmente nelle strade rurali l’esigenza era quella di non attraversare e quindi dividere  proprietà, ma l’assoluto dovere di  percorrerle lungo i confini.

Da un punto di vista puramente estetico, sicuramente le curve sono più appaganti e ingentiliscono il paesaggio, lo rendono più vivibile e stimola la curiosità e il desiderio di soffermarsi, mentre la strada dritta e senza ombra di dubbio più sintomo di passaggio veloce e monotono.

Alanford50

 

Notte, notte amara.

Notte...notte silenziosa che degli amici mi neghi le grida, il sorridere ed il vociare, notte...notte tenebrosa che mi condanni all'oblio del sonno, notte...notte maledetta che mi costringi  al sogno mio malgrado, a te io mi piego se non altro per la consapevolezza di incontrare presto il giorno che con la sua luce ed il suo calore ti manderà via con la baldanza tua… sconfitta.

Alanford50

 

L’atavico desiderio di fermare il tempo.

L’atavico desiderio di fermare il tempo.

Bella rappresentazione del desiderio atavico di ogni essere umano di fermare il tempo, desiderio trasversale al fattore età, anche nei fanciulli nonostante la giovane coscienza di se è presente un fortissimo desiderio e bisogno di fermare le lancette del tempo, perché l'ieri è inesorabilmente trascorso ed il lutto troppo facilmente elaborato, l'oggi c'è ed ha del miracoloso, il sentirsi e la consapevolezza dell'esserci è inebriante e ci dona un’illusione di immortalità, del domani abbiamo e ci è consentito solo il senso di paura, di sconcerto legato anche alla certezza della presa di coscienza del senso di rassegnazione che l'incognita ci richiede.

Alanford50

 

Il senso del non senso della creazione del mondo.

Il mondo è una creazione senza un senso compiuto, ma esso è talmente perfetto nella sua totale inutilità da mettere l'uomo in condizione di cercargliene uno a tutti i costi, incapaci di credere che tutta questa perfezione non abbia un fine, finendo così involontariamente per trovarvi nella sua illogicità, l'unico scopo, capirne il perché noi esseri che per vivere necessitiamo di logica e di un senso, siamo stati costretti ad attribuirgliene uno per potergli sopravvivere.

Alanford50

Inganno visivo

Inganno visivo.

Immagine stupenda, difficile da decifrare, scura, cupa, quasi irreale ma palese è l'inganno visivo, il gesto del fanciullo lascia trasparire un non so che, che sa comunque di gioioso, un gesto non unico nel tempo, ripetuto e rinnovato, uno schiaffo verso un destino che quasi lo costringe, che lo obbliga al gesto, palese è la sensazione di solitudine, di abbandono  e di mancanza di affetto, di una mano che lo indirizzi e lo sostenga e che eventualmente lo corregga e lo costringa, un gesto di libertà rubata, vissuta e di cui il senso di costrizione lo rende prigioniero, avvolgente quasi a concupirne l'intelletto e con esso la sua gioventù, portata via da quell'acqua inesorabile, crudele ed ingenerosa, che non gli allevia il vivere.

Alanford50

Rallentare il proprio vivere.

Che peccato che solo pochi sappiano o riescano a rallentare il proprio vivere;

Io credo che durante l’infanzia ciò avvenga fisiologicamente, anche se non se ne ha  assolutamente coscienza, i tempi sono prolungati, non ci sono limiti, tutto viene vissuto con una tale dedicata completezza da non avere ne il tempo ne la consapevolezza del tempo che scorre sotto i piedi, la vita viene divorata nella sua interezza, immagazzinata, assimilata ed in qualche modo compresa.

Nell’età adulta la consapevolezza porta a fare incetta di sensazioni, senza darsi veramente la possibilità di gustarle e comprenderle, la bramosia si trasforma in avidità, in bisogni insaziabili di vita, tutto scorre veloce al punto di perdere il senso dell’importanza delle cose lasciando dominare più una questione di  quantità delle cose, persino il nostro fisico inconsciamente vive questa frenesia, è tristemente risaputo che per esempio persino certe brutte malattie attecchiscono più facilmente e velocemente sui giovani rispetto a persone più anziane, una questione di velocità  del metabolismo delle cellule, come se in quel punto della vita, tutto debba per forze naturali andare tutto più veloce.

Che peccato, quante sensazioni perse, quanti attimi svenduti e trascurati per la bramosia del vivere l’attimo pensando già a quelli successivi.

Poi c’è un’altra età che da molti è definita erroneamente più matura, dove molto spesso solo per motivi di natura tutto sembra scorrere più lentamente, un’età che è sempre il frutto di quelle precedenti, solo eventualmente il fisico cede alla forza di gravità ed al numero degli anni, però è un’età a cui viene concesso in linea di massima il dono del tempo, e con esso la possibilità di rallentarlo ulteriormente, anche la bramosia che fino ad allora ha accompagnato il proprio vivere, lascia il posto alla determinazione ed alla consapevolezza che esiste un mondo di mezzo, che fino ad allora per mille ovvi motivi era stato trascurato,  significa entrare in una dimensione parallela dove tutto vive con estrema lentezza, dove si odono i propri battiti del cuore scandire il proprio tempo, dove si sente il proprio respiro alimentare la propria vita, dove il pensiero rimbalza tra la mente e l’anima alla musica dei rintocchi del cuore e tra un suo battere ed un suo  levare, in quell'attimo di silenzio e di attesa del battito successivo si gode di se e di tutto ciò che ci circonda, e finalmente ci si sente padroni coscienti del proprio brevissimo vivere.

Alanford50

Clown

Clown

L'immagine del clown, simbolo della dualità delle realtà apparenti, due realtà contrastanti, ma che sicuramente possono coesistere in ognuno di noi, mille volte succede ed è successo di fare buon viso a cattivo gioco, o a dover avere atteggiamenti discordi se non addirittura opposti a quello che il nostro stato d'animo richiederebbe.

La foto in questione perde ai miei occhi la tridimensionalità per acquisire solo una espressione piatta bidimensionale come se esistesse un confine ben marcato tra le due espressioni e i due stati d'animo, nel contempo però uno dei due stati finisce sempre per prevalere e perde lo stato di effimerità che possedeva,non riuscendo più a nascondersi, e nel non riuscire più a nascondersi contagia inesorabilmente anche l'altra parte, nell’immagine in questione gli occhi sono lo specchio incontestabile di quello stato di grande tristezza che è racchiusa nell'animo, sofferenza che riesce a fare diventare persino triste la maschera da clown che per antonomasia è portatrice di sorriso e di allegria, tutto è diventato cupo ed opprimente, la parte intima che è sempre quella dominante ha prevalso sulla parte posticcia, non si sfugge mai dal proprio io e dalle proprie interiorità.

Alanford50

 

La danza.

La danza.

Anche I colombi si sono messi ordinatamente in fila per assistere allo spettacolo della danza delle ombre.............

Alanford50

Pensiero stupendo, difficile da accettare e soprattutto da vivere.

Parlaci della Gioia e del Dolore

La vostra gioia è il vostro dolore senza maschera.

E il pozzo da cui scaturisce il vostro riso, è stato sovente colmo di lacrime.

E come può essere altrimenti?

Quanto più a fondo vi scava il dolore, tanta più gioia si potrà contenere.

La coppa che contiene il vostro vino non è forse la stessa bruciata nel forno del vasaio?

E il liuto che rasserena il vostro spirito non è forse lo stesso legno scavato dal coltello?

Quando siete felice, guardate nel fondo del vostro cuore e scoprirete che è proprio ciò che vi ha dato dolore a darvi ora gioia.

E quando siete tristi, guardate ancora nel vostro cuore e saprete di piangere per ciò che ieri è stato il vostro godimento.

Alcuni di voi dicono: «La gioia è più grande del dolore», e altri dicono: «No, è più grande il dolore».

Ma io vi dico che sono inseparabili.

Giungono insieme, e se l’una siede con voi alla vostra mensa, ricordate che l’altro è addormentato nel vostro letto.

In verità voi siete bilance che oscillano tra il dolore e la gioia.

Soltanto quando siete vuoti, siete equilibrati e saldi.

Come quando il tesoriere vi solleva per pesare oro e argento, così la vostra gioia e il vostro dolore dovranno sollevarsi oppure ricadere.

Kahlil Gibran

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Fonte: www.akkuaria.com/spazio_poesia/gibran/indice.htm

Kahlil Gibran, Il Profeta, Rivisitazione di Vera Ambra.

Suggerimento.

Suggerimento.

Quando la natura non sazia di bellezza, ci suggerisce la perfezione.

Alanford50

La solitudine.

La solitudine.

Due alberi, due lampioni, due panchine, due persone, due menti che pensano, due cuori che battono e che soffrono, due agglomerati di case sullo sfondo, l’illusione della dualità non aiuta a vincere la solitudine, anzi a volte ha l'effetto opposto, ne rimarca e ne acuisce il senso.

Alanford50

 

La centralità.

La centralità.

Ci sono soggetti e/o oggetti che seppur facenti parte di un disegno più complesso prendono inevitabilmente la scena e ne assumono la centralità rendendo tutto il resto in assoluto subordine.

Alanford50

Caso e caos

Ogni secondo della nostra esistenza ci pone di fronte a delle scelte continue, il nostro cammino è costellato di crocevia, la maggior parte della gente sceglie di non scegliere, ossia percorre la strada più dritta che apparentemente è la più facile e la meno faticosa, non solo è quella che richiede meno decisioni, meno domande, meno risposte, meno sacrifici, meno doveri, meno rischi, ma è anche quello che ci porta a sentirci esseri meno dotati di intelligenza e l'intelligenza è quello che ci distingue da tutto il resto degli esseri viventi, questa differenza andrebbe sempre coltivata per portarci al meglio verso un senso di ipotetica perfezione, ma è una strada lunghissima della quale non se ne vede mai la fine, questi infiniti crocevia andrebbero sempre valutati e non attraversati, lo scegliere sempre senza mai smettere oltre che darci qualche possibilità ragionata di essere e di sentirci veramente vivi e nel giusto, dona un senso a tutta la strada fatta in precedenza, e percorrere la vita forti della certezza di avere e di vivere un senso è una cosa molto appagante che oltre a darci la consapevolezza di quello che siamo ci dona la sicurezza che ci aiuterà nelle scelte successive e soprattutto ci aiuterà a sapere come e cosa fare quando ci accorgeremo eventualmente di avere fatto una scelta sbagliata, il tornare indietro al crocevia precedente non è mai una sconfitta, ma bensì un senso di grande umanità di consapevolezza di se e di forza, di fronte ad una scelta sbagliata il sapere ritornare sui propri passi con l'intento di non ripetere l'errore è un grande senso di umanità ed intelligenza e non può che aiutare a fare la strada giusta o per lo meno quella meno sbagliata.

Alanford50

 

La nostra visione del tempo.

Mi piace la visione universale che viene data del tempo, anche se non la condivido, vedono un legame ed una cronologia che gli  attribuisce un senso, un movimento cosmico che dal suo nascere e nel suo lento morire lascia intravedere un lieve movimento, sono  generosi perche così gli attribuiscono un dono ed un riconoscimento, una specie di sottile e crudele intelligenza.

Io che a vita ben inoltrata vidi nascere e morire Matusalemme, nell’unica eternità che mi è  possibile e che comunque mi è stata concessa, ho perso ogni speranza, me l'ha tolta crudelmente ed inesorabilmente la certezza che non siamo noi a muoverci e ad assecondare il lento vortice del tempo, ma è il tempo che trovandoci assolutamente fermi ed inermi ci scorre sotto i piedi, addosso veloce più del vento e seppure noi povere statue fatte di niente cerchiamo di fermarlo, come la sabbia tra le dita si beffa di noi e passa oltre, perché il nostro tempo è già inutilmente trascorso, passato, scaduto, e non ci ha lasciato neanche il dono dell'illusione di poter anche solo per un attimo gestire, comprendere e godere di una frazione di quello che in fondo abbiamo cercato di comprendere dandogli un nome senza senso. TEMPO.

Alanford50

Assonanza, condivisione

Assonanza, condivisione. 

Immagine stupenda, sembra di percepire l'assonanza e la condivisione delle sensazioni del bambino e del suo cane nell'atto di ammirare la grandezza e lo splendore del mare, le barriere cadono e le differenze si appiattiscono di fronte alla percezione dell'immenso.

Alanford50

Infinito senso dell'abbandono.

Infinito senso dell'abbandono.

Infinito senso dell'abbandono..

Una immagine cupa, grigia, pregna di infinito senso dell'abbandono, tutto uguale, tutto senza speranza, una infinità di piani mancanti, consumati dal tempo, il vuoto che con il suo conturbante richiamo invita l'incauto a lanciarsi verso l'unico e timido pallido raggio di sole nella intima ricerca di un minimo di calore che dia certezza della propria esistenza, la padronanza e la consapevolezza del senso della brevità della propria vita, la visione degli uccelli che ricercano e rincorrono gli stessi bisogni da a quell'essere un'ultima illusione di percorre il giusto.

Chiaramente io ho letto il buttarsi nel vuoto unicamente come metafora, e per dir la verità il salto nel vuoto l'ho visto secondario al gesto del salto alla ricerca della luce, l'ambiente completamente buio, totalmente in sfacelo, mi ha lasciato intravedere in quella luce un attimo di felicità e di alternativa, da qui il coraggio e la decisione dell'immagine dell'uomo che decide di saltare apparentemente nel vuoto, sicuramente verso la luce, un cambiamento rispetto allo scuro e allo sfacelo dominante, gli uccelli che sembrano cercare la stessa cosa possono avere dato una certa sicurezza di essere nel giusto, ovviamente la metafora non tiene conto che gli uccelli volano e l'essere umano no, ma conta lo spirito che muove e che ci fa prendere decisioni che danno un senso al nostro vivere, al nostro cercare, al nostro essere, la metafora ad esempio potrebbe anche essere semplicemente ed unicamente che in una vita tutta uguale in tutto e per tutti, può valere la pena il tentare una soluzione diversa o a volte azzardata, quello che conta può essere anche solo il tentare, gli uccelli potrebbero anche rappresentare il senso positivo di questo slancio, anche se del risultato non c'è certezza e non è possibile conoscerne l'esito, una specie di "ONLY THE BRAVE"...

Alanford50

 

Chi e che cosa è un poeta.


Poeta è colui o colei,

che l'intelletto aiuta complice del cuore,

dove i sentimenti reconditi e nascosti 

custoditi con grande cura sono,

a riporvi ordine,

logica generosità fino a diventare sentimento,

che con grande senso degli altrui,

ne è capace poi di farne a loro un dono.

 

Poeta è colui o colei,

che sa rallentare il respiro,

il vivere,

il proprio ritmico battere del cuore,

per non fare rumore,

per riuscire complice il silenzio

ad ascoltare il fievole respiro della propria anima prigioniera,

che nel suo vivere e nel suo ritmico lento respirar leggero

trae ispirazione per dare un senso di magia al suo alito

che diventa parola e per chi sa ascoltar,

poesia.


Alanford50

Dove e' la nostra essenza.

Dov'è la nostra essenza....spesso mi chiedo se l'abbiamo persa dietro a domande che non hanno ne potranno mai avere risposte…. o se l'abbiamo persa dietro a certezze che ci negano la speranza.

Alanford50

 

Il viaggio.

 Il viaggio.

 

Dire che questa immagine è stupenda è dire poco, ma è struggente, fa male a guardarla, è un qualcosa che sa di ultima partenza, di abbandono, posto da dove si intraprende un viaggio a cui non si riesce sottrarsi, l'orizzonte è ingannevole e sibillino, così come le sue calme acque, la luce è accecante ma fredda, non c'è calore, non c'è quasi più vita, solo il tempo di attraversare quel braccio di mare verso quelle terre sconosciute e lontane, forse addirittura un miraggio, per ingannare e illudere il viaggiatore, quel gioco di luci e di scuro, nuvole che racchiudono e nascondono l'ultimo azzurro per non lasciare che il pellegrino si faccia sopraffare dall'inutile desiderio di vita.

Alanford50

 

Il pensatore.

Il pensatore.

Trovato su internet sotto la voce “Il pensatore di W.A.Kirchner

In realtà io non ci vedo nulla che leghi quel corpo a qualcosa di così vivo come il pensiero, in verità non ci trovo nulla di vivo, ci sono due cose distinte e nettamente contrastanti, il corpo che è vivo, rilassato, dolce, assorto, quindi potrebbe essere il corpo di un pensatore, la testa ha un qualcosa di mostruoso, di gelido e immobile come la morte, ma c'è un qualcosa che non riesco a decifrare perché mi da anche un senso decisamente opposto nel contempo, di non umano e di non naturale, e come se fosse una testa che non ha nulla a che fare con il resto del corpo perché morta ma nel contempo in lei c'è vita, la posizione è innaturale e questa la divide dal resto del corpo la differenzia, mentre il corpo è austero e retto, dignitoso, la testa porge con una arrendevolezza disumana la vita alla non vita.

Le mani anche se rassicuranti nel loro tranquillo gesto sono irraggiungibili quasi nascoste a proteggersi o a significare l'essere stato, il gesto va quasi a fondersi con il resto del corpo ben delineato che appartiene ancora alle cose, le mani e la testa quasi non appartengono più a quel corpo , specialmente le mani, come se quegli arti che più rappresentano il movimento di vita stessero sparendo per essere perse per sempre.

La testa supina su di un corpo eretto, non mostra il volto ma solamente la colonna vertebrale piegata e sconfitta, ma perse le mani e con esse la vita, persa la testa e con essa la consapevolezza di essere, resta il corpo eretto a salvare il proprio passaggio la propria esistenza quasi a testimonianza di quello che è stato, come fa la pianta che prima di macerare nel tempo perde i suoi frutti le sue foglie e con esse la vita, ma il tronco resta ancora per molto tempo a segnare il passaggio e l'esistenza e il tempo che è passato, nulla di quello che si vede è fine a se stesso, serve solo come testimonianza che nella lotta contro il tempo c'è stato un momento in cui egli è stato, poi come è giusto che fosse nell'infinito è ritornato.

Alanford50

 

Parole fatte di segni.

Parole, segni neri in fila, ordinati in un universo bianco, segni neri che rincorrono il loro senso di esistere, il vano tentativo di esprimere qualche cosa che abbia un comune significato da tutti compreso, ma quasi sempre è un’illusione, restano quasi sempre solo una serie infinita di segni neri in un universo bianco.

Alanford50

Lo spazio vitale.

Lo spazio vitale.

E' una foto molto particolare, palese è la sensazione che ha immortalato attimi di vita, ma tutti quei colombi sono un tantino invasivi al limite del claustrofobico e come se occupassero uno spazio vitale, forse tutto lo spazio vitale, i colori sono opachi, tenui,sicuramente dovuti all'eccesso di luce, tutto fa pensare ad un qualcosa di molto vecchio,i colori delle case che ne segnano inesorabilmente l'età e la consunzione, tutto sa di dimenticato dal tempo, uomini ed abitudini quasi arcaiche, gesti antichi che lasciano poco spazio alle parole, prevale il senso dell'immobilità del tempo e l'inutilità dei gesti ripetitivi se non quale unica scusa quella della sopravvivenza.

Alanford50

 

L'attimo del sogno - E' giusto sognare?

Nel mio normale quotidiano peregrinare nei vari blogs amici ho notato una assonanza di pensieri che facevano tutti capo in qualche modo alla tematica del sogno, allora mi sono subito adeguato riportando quello che è il mio pensiero in materia.

                                                                           L'attimo del sogno.

Per fortuna la vita ci impone e ci mette in condizioni di non poter scegliere, e ci obbliga a desiderare e a cercare di realizzare i nostri momenti di vita, fa parte della nostra componente di umanità, ma io entro certi limiti cerco di strappare alla vita la possibilità di sognare e di far dipendere dalla mia volontà il volere e il poterli realizzare.


In queste cose importanti cerco di avere l'arbitrio e anche la possibilità di rinunciare, anche senza motivo, solo per il gusto di sentirmi vivo e padrone del mio pensiero e con esso del mio desiderio.

E' evidente che la realizzazione del sogno ne rappresenta anche la sua fine, e da qui si innesta una perversa corsa ai nuovi sogni, così anche solo per non rischiare di restarne senza, situazione difficilissima da sopportare e da vivere, ma così facendo si finisce per crearsi sogni fasulli o poco importanti, dei riempitivi, proprio solo per non dover subire il periodo senza sogni, che ripeto è difficilissimo da sopportare, non per me, io ho imparato, non senza soffrire, che è necessario fare delle scelte di qualità più che di quantità, e che tra un sogno importante ed un altro ci sono dei momenti di NON sogno che vanno vissuti egualmente con pari dignità ed importanza, facendo questa operazione di discernimento delle cose importanti si apprezza e si gode molto di più nel periodo che prelude la realizzazione del sogno stesso, che come precedentemente espresso ne rappresenta la inesorabile fine.

Non solo, la nostra fantasia è talmente superiore alla realtà, che tirando le somme dopo la realizzazione di un sogno, spessissimo ci riscopriamo delusi e traditi dal sogno, in quest'ottica il sogno può e deve essere visto come l'antitesi della realtà, cioè una forma di panacea che ci permette di sopportarla e superarla, uscendone il più possibile indenni, l'errore che non deve mai essere fatto è quello di cercare di mischiare le due filosofie di vita, se la realtà viene vissuta come nel sogno e il sogno vissuto come la realtà è la fine di entrambi, quindi la strategia deve essere quella di utilizzare entrambi tranquillamente, in modo che una cosa aiuti l'altra, ma in modo totalmente separato ed appropriato.

Esempio io posso sognare qualsiasi cosa, anche di essere Dio, l'importante che quando vivo la mia quotidianità, io viva da uomo consapevole della differenza tra l'essere uomo e l'essere Dio, anche se concedo alla mia parte di uomo di cercare di rassomigliare a quella che è la mia immagine e il mio sogno di Dio.
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                                                                             E' giusto sognare?

Certo che è giusto sognare, anzi guai ad una vita senza sogni, ma si deve fare molta attenzione a dargli la giusta importanza ed il giusto posto,ed il giusto peso, bisogna sempre sapere riconoscere il sogno dalla realtà e tenerli sempre ben distinti, è un dato di fatto però che quando il sogno si avvera si resta quasi sempre un po’ delusi, questo meccanismo farebbe pensare che allora forse un  fatto, una cosa, un oggetto del nostro desiderio è molto più bello nell'attimo di vita che intercorre prima di realizzarlo, perché dopo un po’ perché il sogno è finito forse perché non è finito proprio come speravamo si rischia la delusione, ma per fortuna c'è lo spazio sempre per nuovi sogni....

E’ assolutamente giusto sognare, guai a chi non sogna, quello che io intendevo dire principalmente sono due cose ben distinte, l'importante è sempre avere ben chiaro e sapere ben distinguere che il sogno è sogno e tale deve assolutamente rimanere ed essere riconosciuto, altrimenti diventa un grosso problema, se io sogno di diventare miliardario non c'è nulla di male ma se io ne faccio una malattia del fatto di non riuscire a realizzare il sogno, è sbagliato e distruttivo.


la seconda cosa è una realtà di fatto indiscutibile, è stato ampiamente provato che la parte più bella tra il sognare una cosa e il realizzarla è sicuramente più bella ed appagante il sognarla, generalmente quando un sogno si avvera perde tutto il fascino che noi gli avevamo attribuito con e durante l'aspettativa, da qui il detto che un sogno realizzato perde tutto il fascino che aveva, ed è auspicabile subito rimpiazzarlo con un altro, anche se diventa un meccanismo perverso e difficilmente gestibile in modo sano, io credo comunque che sia più sano imparare ad avere anche dei periodi senza sogni.

E' giusto però puntualizzare la differenza tra sogno e sogno , io vedo due grandi categorie di sogni, quelli che appagano la fantasia e quelli che appagano la razionalità della vita, quelli di fantasia sono quelli più pericolosi ma i più appaganti nell'immediato, anche se generalmente sono totalmente irrealizzabili, ed è bene che siano così, i secondi sono quelli che io definisco sogni grigi, perché sono strettamente legati al quotidiano e sono sempre legati ad un qualcosa di reale e di pratico nella vita, e proprio per questo li vedo meno sogni e più speranze di realizzazioni di situazioni di vita, esempio sognare la carriera, la macchina, la casa ecc.ecc., sono comunque da un certo punto di vista sempre molto più realizzabili, anche perché spesso la realizzazione dipende dalle proprie capacità e dalla disponibilità che poniamo nel suo raggiungimento.

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Il chiaro lo scuro ed il blu.

Il chiaro lo scuro ed il blu.

Recentemente ho trovato immagini che mi sono piaciute moltissimo sul Fotoblog di “MIRROR”, che ha per titolo “IMMAGINI RIFLESSE”, lascio il link al blog così da permettere a chi fosse interessato, di  andare a vedere le sue belle immagini, (http://iamthemirror.wordpress.com/),  tra le tante, una  mi ha colpito in modo particolare, il suo titolo è “(S)Oggetto” ed il suo link è il seguente (http://iamthemirror.wordpress.com/2009/09/22/s-o-ggetto/),  ebbene questa foto per certi versi quasi monocromatica, per un effetto della penombra e del tardo tramonto utilizzando pochissimi colori di cui uno più vivo e predominante, l’intenso blu, è riuscito a dare alla foto una dimensione ed una capacità espressiva che solitamente è destinata unicamente alla pittura, riuscendo a mantenere ben preciso il senso della tridimensionalità , regalando alla foto il dono della poesia, lasciandomi capace solo di esprimere queste mie poche parole:

  Baluardo di ere passate, dimora fantasma a difesa di un tempo scaduto e svenduto, abbandonato all’oblio del silenzio, solo a rimirare orizzonti ormai perduti e per sempre vuoti.

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L'immenso scuro.

L'immenso scuro.

Molto bella e triste questa immagine, resa ancora più ovattata e chiusa dal bianco nero che ne incupisce ancora di più il percorso, un percorso vuoto, dal grande senso di inutilità, ma anche di attesa di luci e climi migliori, come ultima sensazione resta comunque un qualcosa di positivo, sarà quella luce imponente laggiù dove lo sguardo fatica ad arrivare, una speranza che sarà ripagata, un punto che potrà essere vissuto, nuova luce, il grande nero presente nella quasi totalità del luogo è sicuramente vinto, bisogna attendere, bisogna avere la capacità e la voglia nonché il coraggio di attraversare questo spazio buio con coraggio ma con il passo sicuro di chi sa che c'è ancora luce che ci attende laggiù dove l'ultimo sguardo ancora quasi non osa.

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Il bene ed il male.

Che tristezza, che profonda tristezza il dovere arrendermi all’evidenza dei fatti, dovere arrendermi che non ci si può esimere dal convivere con il male, che il pensiero ed il desiderio di sconfiggerlo è pura utopia, e che non è assolutamente possibile farlo, che fino all’ultimo giorno della mia vita dovrò vedermelo palesato davanti ai miei occhi, che tristezza sapere che esisterà fino a quando esisterà il mondo e con esso la vita, perché fa parte di noi e della nostra dualità, del nostro atavico bisogno di bilanciamento e di equilibrio, che tristezza dovere ammettere che se non esistesse il male non potrebbe assolutamente esistere neanche il bene, perché uno avvalla il senso dell’esistenza dell’altro, quindi il bene esisterà finché esisterà anche il male e viceversa, mi sono reso conto che la lotta che io credevo possibile per il predominio del bene sul male, non può che finire per bene che vada in un sommario inutile pareggio, una sorta di benefico equilibrio, non ci sono ne ci saranno mai  ne vincitori ne vinti.

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Le uniche due realtà possibili.

Sono molto felice nel constatare che in fondo non esistono posti belli o posti brutti, ma tutto si traduce nel giudizio dato alla visione di chi li guarda, come spesso accade la nostra indole ci aiuta a giudicare e ad etichettare per bello o per brutto quello che ci ritroviamo davanti, siano essi un panorama, una persona od una situazione.

E' evidente che io ho una visione grigia e disincantata della vita, se poi uniamo questa mia caratteristica anche al fattore età la frittata è fatta, a parte gli scherzi, io riconosco di avere una visione cruda della vita che va molto al di là delle convinzioni e degli stati d'animo, esistono due realtà ben precise e parallele, una è la realtà soggettiva l'altra è quella oggettiva, la soggettiva è quella legata alla singola persona, è una realtà cucita addosso alla persona come un abito su misura fatto da un bravo sarto, un vestito che ci calza sempre a pennello, fattura, stoffa, taglio, colori, tutti meravigliosi come ci piace, la realtà oggettiva è quella più difficile da scoprire da vivere e da gestire perché è quella che non ci appartiene del tutto, quella che generalmente non ci piace, è un peso, un frutto del nostro vivere un frutto del nostro esistere e non siamo in grado di renderla nostra perché siamo noi ad appartenere a lei e non il contrario come nel caso della realtà soggettiva, io vedo grigio e vedo i colori, io vedo in tutto quello che mi circonda le due realtà parallele, ed è sofferenza, ed ecco perché mi raffiguro perennemente seduto sulla riva del mio sacro fiume a vedere il lento scorrere della vita, e non posso esimermi dall'assorbire parte della sofferenza del vivere del cadavere che mi scorre in quel momento davanti, fosse anche il mio.

Questa visione dualistica delle realtà, mi mette in condizione di vedere contemporaneamente quanto c'è di estremamente bello e quanto di estremamente brutto in quello che i miei occhi vedono e che la mia mente percepisce, per il fattore età ora tende a prevalere e ad avere il sopravvento la realtà oggettiva, quindi quello che io reputo la verità più vera o per lo meno la meno sbagliata, ma è sempre tutto molto triste da osservare e soprattutto da vivere.

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Stupore.

Stupore.

Bella immagine, bello  il poter  leggere il genuino stupore nell'espressione del volto ed il riflesso di cose che non possono che sapere di magia, riflesse dai suoi occhi e dal suo cuore, forse è l'unica vera magia e bellezza che ha senso di esistere e che deve essere assolutamente conosciuta e riconosciuta nel gesto di vivere questo mondo, peccato che questa capacità si perda così in fretta e che non resti quasi mai traccia dentro di noi, forse è talmente tutto troppo bello che la ragione non è in grado di gestirla, e solo un cuore puro, innocente ed aperto può coglierne tutta l'infinita grandezza senza restarne sopraffatto.

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Strano amore.

Strano amore.

Un ultimo gesto, un segno lasciato come senso di riconoscenza per quelle mani e per l'amore che da esse hanno ricevuto, per l'amore nascosto dietro ad un gesto di innaturale costrizione, l'unica volta che si è lasciato prendere tra le pietose dita di quelle mani che lo hanno così stranamente amato.

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L'unico vero grande miracolo.

Da che ho memoria ho sempre avuto netta la sensazione della fortuna insita nel fatto di essere vivo, e quanto questo rappresenti un vero è proprio miracolo, l’unico che possa per me essere realmente tangibile, la realtà in questo caso supera incommensurabilmente la fantasia, io ho vinto la gara della vita tra milioni di spermatozoi, tutti con la stessa spinta a  farcela e lo stesso diritto, ma senza sapere con quale merito, ho vinto io.

Quello che deve assolutamente rendere il senso di quanto è pazzescamente importante è bello il fatto di esistere e che io sono il frutto assurdamente matematico di una serie di vittorie di spermatozoi dei miei avi, fino alle origini dei tempi, se in uno solo dei miei avi avesse vinto un'altro spermatozoo sarebbe cambiata la combinazione matematica, per cui  IO  ora non esisterei, fino ad ora ho sempre avuto la gioia limitata dall'attribuire la mia eterna gratitudine solo ai miei genitori e ai loro genitori, mai mi ero spinto anche solo a pensare alla grande combinazione chimico/matematica che c'è dietro alla mia esistenza, quindi da oggi amerò ancora di più la vita, perché è assolutamente evidente che è frutto di un vero ed irripetibile MIRACOLO.

Non sono capace di fare i conti di quanti potrebbero essere i miei avi, dall'origine ad oggi, siamo nell'ordine di molte migliaia, quindi IO sono il frutto di una mostruosa irripetibile catena di vittorie che hanno portato a me in modo univoco, questa lunghissima combinazione e catena non poteva portare che a ME, ho la coscienza che se anche uno solo dei fattori in qualsiasi momento fosse cambiato, non sarei più io ad esistere ma un'altro. PAZZESCO.

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Visione di anime in cerca di cose che non verranno mai trovate.

Che strana aria che c'è questa sera dentro a questo locale, mi ricorda scene già viste, magari in un film, fumo, un rincorrersi di luci e di ombre, suoni incomprensibili di note lontane, mille anime in cerca di cose che non verranno mai trovate, di sentimenti perduti o mancati, di sentimenti scaduti, di età passate o di età mai vissute, desideri inconfessati, di voglie inespresse, di volti che non si conosceranno e che sicuramente non si riconosceranno ne si ricorderanno, attimi rubati a speranze di vita, attimi rubati a sogni inespressi e incompresi, realtà vissute nel sogno, e sogni inconsapevolmente vissuti nella realtà, incapacità a comprendere, non volontà a comprendere, l'unico desiderio vero, tangibile, è far passare quest'attimo di vita così difficile da sopportare, da comprendere, da vivere, la ricerca spasmodica di un alibi per eventualmente poi perdonarsi, per giustificare quello che non si è riusciti a capire e per poter poi ripetere il gesto fingendo di non sapere, per poi ritrovarsi nuovamente a mentire, per poter vivere con la speranza di non soffrire, è proprio la scena di un film, un film che ho visto molte volte forse troppe volte, un film un po’ melo’, oppure retrò, molto più sinceramente e praticamente non lo so, ma quanto fumo che c'è qui dentro questa sera, mi concederò un bicchiere di roba che mi farà sicuramente star male, ma che questa sera mi aiuterà a non ricordare, mi aiuterà a non riconoscere i volti nascosti nel fumo, mi aiuterà a non vedermi seduto ad un tavolo con il pensiero sperduto in risposte senza domande, ad aspettare che giunga il mattino, o semplicemente ad aspettare che un cameriere abbia pietà e mi scaraventi fuori con gesto secco e repentino, un gesto a cui io risponderò bestemmiando, e lì su quel freddo selciato aspetterò il mattino e con esso la luce che permetterà di rivedere il mio volto riflesso e di riconoscermi in una pozzanghera lasciata lì dalla pioggia generosa caduta durante la notte appena svenduta.  

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Un ricordo che si trasforma in preghiera.

Quando il pensiero si fa ricordo, il ricordo diventa sofferenza, la sofferenza si trasforma in poesia, la poesia diviene preghiera.

Alda Merini, nata a Milano il 21 marzo 1931, morta a Milano oggi 1 novembre 2009.

Dedicato a Lei ed alla sua poesia.

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Spazio

Spazio spazio io voglio, tanto spazio
per dolcissima muovermi ferita;
voglio spazio per cantare crescere
errare e saltare il fosso
della divina sapienza.
Spazio datemi spazio
ch'io lanci un urlo inumano,
quell'urlo di silenzio negli anni
che ho toccato con mano.

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Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia
legalo con l'intelligenza del cuore.
Vedrai sorgere giardini incantati
e tua madre diventerà una pianta
che ti coprirà con le sue foglie.
Fa delle tue mani due bianche colombe
che portino la pace ovunque
e l'ordine delle cose.
Ma prima di imparare a scrivere
guardati nell'acqua del sentimento.

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Il mio passato 

 

 Spesso ripeto sottovoce

che si deve vivere di ricordi solo

quando mi sono rimasti pochi giorni.

Quello che e’ passato 

e’ come se non ci fosse mai stato.

Il passato e’ un laccio che

stringe la gola alla mia mente

e toglie energie per affrontare il mio presente.

 Il passato e’ solo fumo

di chi non ha vissuto.

Quello che ho già visto

non conta più niente.

Il passato ed il futuro

non sono realtà ma solo effimere illusioni.

Devo liberarmi del tempo

e vivere il presente giacché non esiste altro tempo

che questo meraviglioso istante.

Alda Merini

 (Sono una piccola ape furibonda.)

Mi piace cambiare di colore.

Mi piace cambiare di misura.

Grazie.

Ode alla portiera.

Riporto qui, sul mio spazio vitale, questo mio commento, che il mio virtuale amico blogger ARTHUR, molto generosamente ha ospitato sul suo blog nella sua rubrica “l’Antologia del Portiere”, la mia decisione viene dal desiderio di condividere con chi avrà la voglia di passare e la pazienza di fermarsi a leggere questo mio lontano ricordo.

I temi dominanti di questi ultimi tempi sui vari blogs sono l’autunno ed i portieri, quindi voglio adeguarmi, dell’autunno ne ho già abbondantemente disquisito, quindi cercherò di affrontare il tema del portiere, per farlo sono però costretto a ripercorrere il lungo e tortuoso sentiero della memoria, gli ultimi periodi in cui ho interagito con il portierato risale alla seconda metà degli anni cinquanta.

All’epoca, fanciullo, vivevo (nel vero senso della parola) in uno dei quartieri più antichi e belli della vecchia Torino, il rione “Cit Turin” (piccola Torino), dove nei decenni precedenti aveva vissuto la vecchia borghesia, a miei tempi dalla classe dei commercianti e da una variegata umanità in alcuni palazzi di ringhiera, io abitavo in un palazzo abbastanza grande, di inizio secolo, al terzo piano, in tutto saremo state circa una trentina di famiglie ed una miriade di ragazzini urlanti che vivevano il proprio tempo sui pianerottoli e sulle scale, che tempi ragazzi, che esplosione di vita, in questo palazzo c’era la portineria, una stanza soppalcata con l’ingresso nell’androne, mi sembra ancora di vedere quell’enorme donnona che era la portiera, che controllava chi andava e veniva , che faceva le pulizie e fungeva un po’ da vice amministratore, una grinta indescrivibile, sempre perennemente arrabbiata, sempre pronta a sgridarci per ogni cosa, ci proibiva il gioco nel cortile e gli dava fastidio il nostro continuo vociare, forse è più onesto dire urlare, di studiare a quei tempi se ne parlava poco, ed allora tutti fuori sulle scale a vivere il nostro magico momento, da sotto, dalla tromba delle scale ecco giungere puntuale la sua voce importante che cercava di riportare un po’ di ordine e di pace e di quieto vivere, una voce quasi sempre alterata, al punto che quando dovevamo attraversare l’androne per entrare od uscire dal palazzo lo facevamo con estrema cura ed attenzione, e via veloci verso nuovi giochi ed emozioni, eravamo veramente in tanti almeno una quindicina di età variegata dai 3 o 4 anni fino ai più grandicelli che di anni ne avevano 12 o 13 e fomentavano i più piccoli in quella grande piccola guerra verso quell’enorme massa di carne urlante che ci impediva con il suo trucido sguardo dal palazzo l’ingresso o la sortita e del nostro vivere la spensierata allegria.

Non aveva sempre tutti i torti, eravamo piccoli ma bastardini, spesso, a mo di ripicca, appena lei aveva finito di pulire, eccoci a fare la sortita punitiva, tutti a correre e saltare dove lei aveva appena pulito con enorme fatica , non tanto per il pulire, ma per lo spostare quella sua enorme massa su e giù per quelle lunghe ed ostili scale, in fondo sapendoci più forti a volte già ci faceva anche un po’ di tenerezza.

Come avete visto, nulla di speciale, se non il ricordo di quella enorme donna sempre vigile nel portone, che cercava di fare rispettare regole, per noi veramente inesistenti e forse per noi mai scritte, regole sempre disattese da quelle orde di ragazzini a cui era concesso ancora il ridere, il giocare, il sognare e il vivere la propria età da bambino.

Ode alla portiera, a suo imperituro ricordo.

Alanford50

 

Autunno.

Nel mio lento peregrinare per blog, ho notato che tutti stanno subendo i medesimi influssi biometeorologici e lamentano dolenzie, bisogno di rallentare il vivere, pigrizia, specialmente  in occasione dei cambiamenti del tempo, tutti danno la colpa all’autunno ed al suo lento incedere, al suo lento spegnersi, allo spuntare di colori pastello che dal giallo arrivano fino al rosso più vivace, ed allora prendo spunto da una mia risposta all’amico Franz per riprendere l’argomento su questa questione che ci tocca a quanto sembra tutti da vicino.

Anche io sento addosso questa strano bisogno, bisogno del torpore, del rallentare il vivere, dell’attendere una nuova primavera portatrice di nuove energie.

L’autunno è una stagione difficile da comprendere in relazione al nostro vivere moderno, la natura non ci asseconda, i suoi ritmi sono lenti, silenziosi, ammalianti, accoglienti e coinvolgenti, tutto sembra imporre un rallentamento un adeguarsi a lei che da millenni domina e accondiscende il vivere, ci richiama ad una specie di preparazione, un’ulteriore accumulo di energie e forze per il freddo inverno che tutto blocca con il suo gelo bianco.

In autunno tutto ha un ritmo lento, persino la foglia, nel suo morire, nel distaccarsi dalla pianta che gli fu madre ed infine matrigna, compie un ultimo viaggio che ha del sublime, non prima di avere però indossato il suo vestito più bello, di un rosso che ancora sa di calore e di vita, come per assaporarne l’estremo gusto e ricordarselo fino al supremo ultimo istante, prima di toccare terra, e ritrovarsi con il viaggio compiuto, concluso nel suo eterno ripetersi, ma l’autunno è generoso e fa sì che quel suo viaggio non sia repentino e non visto, concede a lei e chiunque ne abbia la voglia, di guardare , di vedere,  quella misera foglia di rosso vestita di ondeggiare leggiadra ancora una volta nel vento, compiendo una danza che sa di rito, di un addio e di un ultimo ringraziamento, che splendore quella foglia che si fa per una volta ancora bella, struggente, bella come mai è in fondo stata, come per non farsi dimenticare, in quell’ultimo saluto, in quell’attimo prima di morire, capace di donare il meglio di se, come se solo quell’attimo meritasse cotanto splendore e fosse ad esso unicamente destinato, come per ribadire alla vita “ guarda cosa ti perdi e guarda cosa ti porti via”.

Coraggio, all’autunno siamo sempre sopravissuti, basta lasciarsi un po’ vivere, assecondando i suoi tempi ed i suoi ritmi, e torneremo a scoprire che in fondo ha solamente voluto accompagnarci tra due stagioni in fondo così differenti, per farci soffrire di meno.

Ciaooo neh!

 Alanford50

L’inopinabile ed assurda banalita’ della casualita’.

In  natura ogni cosa serve per permettere ad una o più cose di sopravvivere, una vera e propria catena, tutto è riconducibile ad un freddo ingranaggio che consente alla macchina di girare e di funzionare, anche le cose belle non sono fini a se stesse, ma esistono per fare la loro parte in quel grande movimento cosmico della macchina umano/vegetale.

Alcuni fiori sono estremamente belli e profumati per il solo scopo della sopravvivenza, per attirare altri animali, insetti o simili che trasportino le loro spore su altri fiori, per continuare e perpetuare la specie, quello che è veramente incomprensibile è il perché tutto ciò deve avvenire, e come se fosse una macchina che una volta messa in moto non si ferma più, la vera domanda non è cosa fa la macchina per continuare a funzionare, ma perché è in moto?! qual'é il fine recondito, è anch'esso frutto di una casualità oppure no? questa è la grande domanda a cui nessuno se non tramite la religione  ha saputo dare risposta, ma essa  ha risposto in modo sibillino chiedendo a sua volta di affidare tutto ad un atto di fede, ossia chiedendo di credere senza porsi  domande, e questo per me non va bene, perché una vera domanda senza una vera risposta genera solo altre domande che non daranno mai risposte, e allora rieccoci punto e a capo al punto di partenza e alla ricerca di quella casualità che ha dato origine alle cose.

Il mondo è una creazione senza un senso compiuto, ma esso è talmente perfetto nella sua totale inutilità da mettere l'uomo in condizione di cercarne a tutti i costi un senso, incapaci di credere che tutta questa perfezione non abbia un fine, finendo così involontariamente per trovarvi nella sua illogicità, l'unico scopo, capirne il perché noi esseri che per vivere necessitiamo di logica e di un senso, siamo stati costretti ad attribuirgliene uno per potergli sopravvivere.

Alanford50

Se la fede è un dono.

Lo so che la fede è un dono, ma io da quando ho la coscienza di me vivo di domande, pochissime hanno trovato risposta, ma non demordo, circa il discorso del dono, la prima domanda che mi è sempre sorta spontanea, se la fede è un dono, perché io non c'è l 'ho? non me la meritavo? oppure sono uno di quelli predestinati a fare lunghe ricerche per trovarla, perché non subito come altri che sono capaci di accettare tutto senza porsi domande, ce l' hanno e basta senza fatica, io in ogni caso preferisco pormi le domande, mi danno di più il senso della mia esistenza, le domande mi fanno sentire vivo e capace di intendere e di volere e di discernere.

O come Giobbe devo pensare che dovrò percorre la mia vita in ricerca dell'esistenza di Dio per poi arrendermi di fronte all'impossibilità di trovarlo ed accettare che proprio questo è il palesamento effettivo della sua presenza, tradotto in parole povere, quando io riuscirò a smettere di cercarlo ed ad accettarne la sua presenza ed esistenza, allora lo avrò trovato,uuuhhhmmm, non sono così facile da cedere a me stesso con un inganno così sottile, una non risposta non potrà mai essere per me LA RISPOSTA, quindi sono perduto? Come ho scritto prima non mi arrendo, e piano piano cerco di avvicinarmi il più possibile, anche se il sogno resterà sogno, so solo vivere così, la mia speranza è un giorno di vedere il mio volto riflesso nella grande luce, ma se non sarà così pazienza, sicuramente non sarò vissuto invano.

Alanford50

L’inganno nella visione della vita e della morte

Ritengo possibile scrivere della morte perché è l'unica cosa che è uguale per tutti, colpisce tutti nello stesso modo, si palesa a tutti gli esseri viventi in un modo univoco inequivocabile e incontrovertibile, la sensazione che essa ci da pur non conoscendola è uguale per tutti, almeno nel momento del trapasso, ma in fondo non solo, alcuni di noi poveri e meschini esseri umani sono riusciti a crearsi delle aspettative per quel dopo, forse per attribuirgli un senso, forse per dargli una dignità, forse anche solo per la presunzione forse di ingannare quel tempo non comprendendo che abbiamo ingannato in realtà il nostro di tempo, quello vissuto, con la presunzione di avere vissuto un attimo di tempo con un senso e con della dignità, con la grande possibilità di capire solo all'ultimo istante che forse tutto è esattamente il contrario, cioè la morte ci è stata data per donarci e riportarci nuovamente in una dimensione di dignità e di senso.

E' vero quando si afferma che non esiste solo la morte quella vera unica e irripetibile (guarda caso proprio come la vita) esistono tante morti, quella dell'anima, quella dello spirito, quella dei sentimenti, so che l'umanità usa questo nome per dare una definizione a certi stati di animo, a certi momenti in cui la vita sembra non vita, in cui i sentimenti sembrano un non senso quindi una non vita, io no, ho provato molte di queste sensazioni, ma non riesco a chiamarle "morte", perché è sempre controvertibile, esiste sempre una alternativa, almeno una possibilità, questo tipo di pseudo morte vale solo per chi la sente e la prova, ma quasi mai viene riconosciuta dagli altri esseri che ti vivono vicino, non perché non vogliano, ma perché non sono proprio in grado di riconoscerla, perché mischiata e confusa tra le mille pieghe del vivere quotidiano, quindi quelli che per me sono solamente dei miseri stati d'animo che non sono definitivi, ma unicamente dipendenti dal tipo di persona che siamo e che siamo capaci di essere e di diventare, in questi stati di animo esiste sempre la possibilità di cambiare, di modificarne il percorso fino a sconfiggerli e a modificarli.

L'uomo suo malgrado si perde in quello che io chiamo il grande percorso della vita, che io me lo raffiguro come una eterna strada in pendenza che gira su se stessa in una specie di spirale a chiocciola dove ogni essere umano si trova a camminare nel lungo suo peregrinare della vita, su questa strada l'uomo proverà sulla propria pelle tutti i tipi di sensazioni, scoprirà il dolore (che subdolamente si fa sempre spazio tra i ricordi per annichilirci e spezzarci) e più l'uomo soffre più si ritrova a percorrere questa fantomatica strada, un camminare senza fine verso l'oscuro e verso il basso, e in questo dolore  si perderà incapace di reagire, lasciandosi scivolare sempre più giù verso l’oscuro, avvinghiato dal dolore che lo trascina e lo stordisce e lo confonde, e pensare che la soluzione è lì sempre alla nostra portata, unicamente tra le nostre mani, perché quello che noi viviamo è un'illusione a cui noi attribuiamo il marchio di realtà, forse solo per non ammettere quanto siamo deboli e poco capaci, perché ripeto che la verità è che è estremamente semplice e facile scoprire il trucco, l'inganno, questa misteriosa strada a cui facevo cenno prima è una eterna strada in pendenza che gira su se stessa in una specie di spirale a chiocciola, ma il trucco è banale perché in realtà tanta fatica e dolore costa il lasciarsi andare e vivere verso il basso quanto ne costa risalire e vivere verso l'alto, è un trucco banalissimo ma efficacissimamente vero.

Quindi per me la morte è una sola, la non vita, tutto il resto volere o non volere è vita.

Alanford50  

Il ponte verso il nucleare.

Il nostro beneamato premier  sta per fare partire l'opera summa della sua megalomania, tra un paio di mesi è intenzionato a dare il via ai lavori del famoso ponte sullo stretto di Messina, ponte che nessun Siciliano  e nessun Italiano con sale in zucca vuole, ponte voluto solo da lui e dai suoi compagni di merende e dalle mafie locali che ringraziano per i prossimi decenni in cui verranno ricoperti di soldi freschi pagati dai soliti Italiani inebetiti, ed in questo caso sicuramente SI coglioni, quell'opera inutile faraonica che come sempre a progetto costa 100 e a consuntivo costerà 10.000 ovviamente sborsati dal resto degli Italiani inermi e inebetiti dalle gambe e dalle tette delle veline in televisione e dal desiderio inespresso di emulazione delle sue eroiche mascoline gesta di uomo politico e di pseudo successo.

Eppure tutto tace, tutto resta fermo, il popolo come sempre dorme, anche l'opposizione sta a guardare inerme inebetita o forse solamente assolutamente incapace di una qualsiasi reazione, e dopo il ponte ci sarà il nucleare, nonostante il NON  volere, espresso dagli Italiani in sede referendaria  Lui ed il suo omonimo Francese hanno deciso di rimetterlo in piedi ed in movimento ed anche li si parla di decine di anni in cui i pochi soldi rimasti degli Italiani finiranno nelle tasche dei grandi CAIMANI, inutile dire che anche in questo caso il rapporto previsione di spesa/consuntivo di spesa sarà come sempre assolutamente sproporzionato, a noi resteranno le casse vuote e le scorie come sempre da gestire, come se fossimo stati capaci di risolvere almeno la precedente situazione dello stoccaggio delle omonime scorie dell'ultima avventura nucleare Italiana risalente a quasi 50 anni fa, le abbiamo ancora tutte sul groppone a fare danno e qualcun’altra  è stata gentilmente stoccata nei nostri accoglienti mari dai soliti ignoti buontemponi.

Quindi a noi poveri mortali non resterà che unirci tutti insieme in fila per tre con il resto di due ed imboccare quel maledetto ponte verso il nucleare, felici di attraversare lo stretto in 15 minuti anziché la solita mezzora.

Alanford50

 

Il bisogno e la ricerca dell'elemento che accomuna.

Il bisogno e la ricerca dell'elemento che accomuna.

Visione claustrofobica, il bisogno quasi animalesco del bene comune, in questo caso il sole, tutti vicino nelle proprie diversità, tutti alla ricerca dell'elemento vitale, un bisogno arcaico impellente, che consente agli uni di stare comunque vicino agli altri, le finestre sono mille occhi che scrutano, mille anime che avidamente si cibano di vita, il bisogno e la ricerca di una parvenza di uguaglianza che conceda loro la possibilità di convivere e di vivere, un'uguaglianza che non è mai concessa ne raggiunta, incapaci di assumere la medesima forma, forse per non perdersi nell'incapacità di distinguersi nell'elemento che gli è concesso.

Alanford50

Visione angosciante del vissuto e del terminato

Visione angosciante del vissuto e del terminato.

E' una visione angosciante, che sa di vissuto, che sa di terminato, una sorta di insieme di loculi, in cui è sepolto il passato, un passato diverso per ognuno di noi, come per dare la speranza che in fondo anche la morte è diversa se hai vissuto in modo diverso, se hai saputo fare e colorare quello che sei stato, il fatto che i box siano vuoti può rappresentare che sono comunque ancora pronti per seppellire il futuro, e che sono l'essenza del nostro essere stati e che non saremo mai più e per quel solo uomo che resta e come se non fossimo mai esistiti.

Per chiudere e tornare alla foto di questo palazzo sventrato, ad osservarlo bene non c'è un solo particolare che possa anche lontanamente far pensare ad una innovazione ad una intenzione di far rivivere quella costruzione, tutto è vecchio, distrutto, anche la presenza di un solo operaio da il senso di dismissione e di abbandono della costruzione, in un'opera di ricostruzione occorrerebbero più forme di vita, più forme di movimento verso una rinascita ed una rinnovazione, ma ripeto nella foto non c'è ne traccia purtroppo.

Alanford50

Parole uscite da un sogno notturno e non svanite sotto la luce del giorno.

Bellissimi versi, tristi, sognanti, volutamente disillusi, alla ricerca di epoche non conosciute, nella speranza arcana di ritrovarvi paradisi creduti perduti, ma la memoria si perde nel mattino, in quel gusto che ti è rimasto di buon vino e del ricordo di sensazioni strane, di tempi perduti e mai vissuti, il giorno con la sua luce e le sue voci riportano in te il reale che senza pietà ti assale e ti riporta al mondo quello che conosci ed in fondo ami, anche se poco e male. 

 

Alanford50

1 Ottobre 1956, la 'Prima mignin'

Moltissimi lustri fa, proprio in quel giorno iniziava la mia avventura della  “Prima mignin”, primo traguardo del nostro crescere, rappresentava l’inconscia fine del nostro essere bambini assoluti, fino a quella fatidica data tutto verteva sul soddisfare tutti i  bisogni primari, tutto era facile, semplice, molto soddisfacente, eravamo al centro di un universo genitoriale, esistevano pochi dolori e soprattutto pochi doveri, alcuni di essi erano facilmente aggirabili con le naturali armi in nostro possesso, man mano scoperte, un pianto od un sorriso al momento giusto e con la persona giusta, e la vittoria era nostra, quella tattica ci poneva nella condizione di vedere realizzare quasi tutti i nostri desideri, eravamo fortissimi ed indistruttibili, padroni del nostro piccolo mondo, ma che ai nostri occhi innocenti sembrava sempre grande e bellissimo, capace ogni giorno di appagare un nostro bisogno di novità e di scoperte.

Ma dato che di immutabile non esiste nulla, cosa che imparammo subito sulle nostre piccole spalle, un bel giorno di un mese che a momenti neanche ancora conoscevamo, tutto iniziò a cambiare, per primi i nostri genitori che con strani sorrisi iniziavano a parlarci  e a farci discorsi strani, su delle nuove abitudini che avremmo dovuto affrontare, ovviamente ce le facevano vedere tutte belle e piene di avventure, non solo, ci dicevano che ne avremmo tratto dei benefici che noi per ora non potevamo capire, ma se lo diceva il papà e la mamma non poteva che essere vero,  anche se ci chiedevamo a  cos’altro di così importante potevamo ancora ambire, avevamo già tutto quello che ci poteva servire.

A questo punto torno a parlare di me, un bel giorno la mamma mi lavò per bene, mani, orecchie e quant’altro, mi vestì di tutto punto, e ci accingemmo ad uscire, BOH? Io mi dicevo, chissà mai dove mi porterà così lustrato, dopo un breve camminare, il quartiere era grande ma con tutte le comodità, entrammo in uno strano negozio, un odore strano di pelle aleggiava tra mille cartelle e scatole di colori, e dopo essermi provato una serie di strani grembiuli di un  nero incomprensibile, ecco la mamma che mi provava il colletto di plastica bianca, rigida come il ferro, BOH? Continuava ad essere la mia risposta, nel frattempo a quella gogna di plastica veniva apposto uno strano lunghissimo fazzoletto azzurro al quale la mamma provvide a farmi un enorme strano nodo, a guardarmi in realtà mi sentivo ridicolo e non ne sentivo il bisogno di così tanto travestire, e sì che carnevale non era a venire, poi  si aggiunse la cartella, il portapenne, il quaderno con la copertina nera,  la penna con il pennino , la gomma e la carta assorbente, tutto sommato cotanta vestizione iniziava a darmi soddisfazione e lasciai fare, contento che tutta quella roba veniva a casa con me.

Poi venne il fatidico giorno, 1° Ottobre 1956, dopo essermi svegliato ad un orario inconsueto, mi ritrovai nuovamente così stranamente vestito e con la cartella sulle spalle e la mamma che mi continuava a parlare piena di sorrisi e di parole che non stavo a sentire,  dopo un breve camminare nel borgo in quell’ora così strana e fresca, vidi da lontano una grande confusione, fatta di mille bambini come me vestiti e di mamme con gli stessi sorrisi, le cartelle erano quasi tutte uguali, così come i nostri sguardi di poveri bambini sballottati nel tempo, fu in quel momento che conobbi il significato di un suono noioso e fastidioso ed allora si fecero due file in una tutti noi maschietti e nell’altra tutte le femminucce ed in fila entrammo in quella enorme costruzione chiamata scuola.

Che strano effetto, che ancora ricordo, l’entrare in quell’aula così grande e pulita, con quegli enormi banchi di legno usurati dal tempo, tutto intorno sui muri una serie lunghissima di disegni con delle strane scritture, il primo ingresso dello scorbutico bidello che con un’ampolla ci riempiva   i calamai sui banchi e la sua rauca raccomandazione a non sporcare e a non sporcarci altrimenti chissà quale punizione.

In silenzio attoniti, tutti vittime della stessa sventura salutammo l’ingresso di quella che poi riconoscemmo per anni come la nostra maestra, e dopo qualche ora a noi parsa persa nel tempo, ci ritrovammo in un enorme cortile a fare quello che ci riusciva benissimo da sempre, l’intervallo ed il gioco con il pensiero che volava via nuovamente libero nel mio mondo di fantasia, per fortuna scoprii che quella strana prigionia non era eterna, e mi ritrovai a casa nuovamente nel centro del mio universo, ma da quel giorno nulla fu più come prima, ormai ero uno scolaro della prima mignin, 1° Ottobre 1956.

Ciaooo neh!

La solita eterna domanda

Si finisce sempre e solo per chiederci il solito perché? una domanda di cui conosciamo già la risposta, una risposta che non esaudisce mai, ma il nostro bisogno ci mette in condizione di riproporci senza vergogna la solita eterna cantilenante domanda...perché, come se nel tempo che intercorre tra una domanda e l'altra un miracolo  potesse succedere, un miracolo capace di sovvertire l'ordine delle cose, un miracolo capace di appagare la nostra sete ed il nostro eterno bisogno di un senso, bisogno che come mendicanti ci vede prostrati  a chiedere ed implorare  fuori di ogni logica e misura la carità, che però non ci viene mai concessa, fuori da ogni senso quella eterna solita domanda....perché? non è la certezza della non risposta a fermare il nostro imperterrito e continuo chiedere, e la recondita speranza che come per grazia ricevuta questo lamento si trasformasse miracolosamente in preghiera, e dopo mille preghiere magari la grazia ci venisse concessa così a riempire un vuoto grande come il mondo, grande come l'universo contenente tutte le anime che sono nel tempo vissute, consumate e straziate dalla domanda ma soprattutto dalla risposta inespressa e mancata. 

Alanford50